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“Fai tu.”
Questa non è una frase.
È una rinuncia preventiva.
Quando qualcuno dice “fai tu”,
non sta lasciando libertà.
Sta solo evitando di scegliere.
E la cosa interessante è che la scelta rimane comunque.
Solo che adesso è tua.
“Dove andiamo?”
“Fai tu.”
Ok.
Io scelgo.
Scelgo una cosa normale.
Sempre normale.
“Va bene lì.”
Silenzio.
Non entusiasmo.
Non dissenso.
Solo silenzio.
Che è già una risposta.
Allora chiedo:
“Va bene?”
“Eh… sì.”
Quel sì lì non è un sì.
È un vediamo come va a finire.
A quel punto io sono responsabile di tutto.
Se è bello, era scontato.
Se è brutto, era evitabile.
“Magari potevamo fare un’altra cosa.”
Certo.
Potevamo.
Se qualcuno l’avesse detta.
Il bello di “fai tu” è che funziona solo dopo.
Prima non dice niente.
Dopo spiega tutto.
È una frase retroattiva.
La trovi ovunque.
In ufficio:
“Imposta tu.”
“Gestisci tu.”
“Decidi tu.”
Poi succede qualcosa.
“Eh ma io intendevo un’altra cosa.”
Certo.
Internamente.
“Fai tu” non vuol dire non mi importa.
Vuol dire se va male, non è colpa mia.
Io l’ho capito tardi.
Quando ho provato a usarla anch’io.
“Come vuoi fare?”
“Fai tu.”
E dall’altra parte:
“No no, dimmi tu.”
E lì restiamo fermi.
Tutti e due.
Perché nessuno voleva decidere.
Ma tutti volevano che fosse deciso.
Alla fine qualcuno parla.
Di solito quello più stanco.
Da quel giorno ho imparato una cosa.
Quando sento “fai tu”,
io non scelgo più.
Rispondo:
“Come preferisci.”
Che è uguale.
Ma scarica meglio.
Capito?